QUANDO IL CALCIO PERDE L'ANIMA
C’è un momento, nella vita di chi ama davvero qualcosa, in cui smette di riconoscerla. Non perché sia cambiata poco, ma perché è diventata altro e oggi, guardando il calcio, mi viene da dirlo senza girarci troppo intorno: questo non è più il mio calcio.
Mi sorprendo a pensarlo mentre scrivo, quasi con un senso di colpa, perché il calcio, per me, non è mai stato solo uno sport, era un rito, era un linguaggio comune, era un pezzo di vita e invece oggi mi ritrovo a chiedermi se abbia ancora senso continuare a parlarne, a scriverne, a difenderlo.
Mi passa davanti agli occhi un film che non tornerà più. Il panino con la frittata mangiato prima della partita, le voci di curva che erano ironia, sfottò, appartenenza, mai odio. Gente vera, personaggi veri, uomini prima ancora che calciatori.
Penso a Orazio Pennacchioni, simbolo di un tifo genuino, senza filtri.
Penso a Romeo Benetti che arrivava agli allenamenti con una Renault 5, come uno di noi.
Penso a Agostino Di Bartolomei, il borsello sotto il braccio, lo sguardo serio, la dignità di un capitano vero.
E poi lo stadio. Non quello di oggi, fatto di eventi e intrattenimento, ma quello di una volta, dove c’erano facce, soprannomi, storie.
C’era Carlo Zampa che raccontava la Roma con il cuore in gola, c'era Giorgio Rossi, una figura che valeva più di mille dirigenti, c’era il dottor Ernesto Alicicco, presenza silenziosa ma fondamentale.
Era un calcio umano, imperfetto, magari, ma vero.
Oggi invece è diventato altro.
È un prodotto, un calendario spezzettato, senz’anima è la logica delle aziende che ha preso il posto del cuore è un calcio che non si gioca più per la gente, ma sopra la gente. È la distanza crescente tra chi scende in campo e chi sugli spalti ci ha lasciato una vita.
E poi succede qualcosa che non è solo una scelta tecnica, è uno strappo.
L’esonero di Claudio Ranieri è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, perché Ranieri, nel bene e nel male, rappresentava ancora un’idea di calcio che conoscevamo: rispetto, misura, appartenenza: non perfetto, ma umano.
E allora ti fermi.
Ti guardi dentro e ti accorgi che sei stanco, nauseato, sconfortato, non per una sconfitta, non per una stagione andata male, ma per tutto quello che c’è intorno.
Per il rumore continuo, per le polemiche vuote, per un ambiente che sembra vivere solo di rabbia e convenienza. Per un calcio che non emoziona più, ma consuma.
E a quel punto inizi a pensarlo davvero.
Chiudere il blog.
Mettere fine a Calcio & Cucina.
Abbandonare quel gruppo: Solo Romanisti Veri, che avevo creato con passione quattro anni fa e che oggi faccio fatica a riconoscere.
Non per rabbia. Ma per stanchezza.
Perché quando una passione diventa un peso, quando quello che amavi ti restituisce solo amarezza, forse è il momento di avere il coraggio di fermarsi.
Non so se lo farò davvero, ma una cosa la so.
Questo calcio, così com’è, non mi appartiene più.
Maurizio Brugiatelli
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