Oltre il pessimismo: restare uniti per difendere la nostra Roma
Ci sono sconfitte che fanno male. E poi ce ne sono altre che bruciano dentro, come un piatto che sai di aver cucinato bene ma che qualcuno decide di buttare via prima ancora di assaggiarlo.
La partita di Genova appartiene alla seconda categoria.
Non tanto per il risultato in sé — perché chi mastica calcio sa bene che una stagione non si giudica da una domenica storta o da cinque punti in quattro giornate — ma per quella sensazione fastidiosa che accompagna la Roma da sempre: la sensazione che, per noi, il margine d’errore sia sempre pari a zero.
Eppure questa squadra, e soprattutto questo Mister, hanno ancora troppo inchiostro nei calzettoni per smettere di scrivere la loro storia.
Il campionato non è finito.
La stagione non è chiusa.
E ci sono ancora molte pagine bianche da riempire.
L’ombra del VAR e il peso dell’ingiustizia
A Genova c’è stato un momento preciso in cui la partita poteva cambiare volto.
Sull’1-1.
Un rigore netto, evidente, che persino Open VAR ha poi confermato. Un episodio che avrebbe potuto portarci avanti e indirizzare una gara complicata ma assolutamente aperta.
E invece niente.
Ormai lo sappiamo: la Roma deve sempre fare qualcosa in più degli altri.
Per vincere non basta essere migliori. Bisogna essere impeccabili.
Non possiamo permetterci una vittoria sporca, un episodio fortunato, una svista arbitrale a favore. Per noi il percorso è sempre più lungo, più ripido, più faticoso.
Come quando in cucina devi fare un piatto perfetto perché sai che qualcuno controllerà ogni dettaglio del condimento.
E come se non bastasse, c’è anche l’assurdità di non poter stare accanto alla squadra.
Una punizione che preferisce vietare invece di gestire. E il calcio senza il suo popolo è un po’ come una tavola senza commensali: tecnicamente esiste, ma perde il suo sapore.
L’emergenza e il fattore Wesley
Contro la squadra di Daniele De Rossi, che a casa sua non regala mai niente a nessuno, sapevamo che sarebbe stata battaglia.
Ma questa Roma arriva a questa fase della stagione con un’infermeria che sembra il pronto soccorso.
Pesano le assenze di Dybala, Soulé, Angelino e Hermoso.
Ma domenica si è sentita soprattutto la mancanza di Wesley.
La sua squalifica ha tolto ritmo, equilibrio e soprattutto anima a una squadra già stremata fisicamente.
In cucina diremmo che è come togliere il soffritto a un sugo: il piatto lo fai lo stesso, ma manca quella base che tiene insieme tutto.
Isolare i “piccoli uomini”
Ed è proprio in questi momenti che bisogna fare la cosa più difficile.
Restare lucidi.
Non è il tempo dei processi sommari.
Non è il tempo delle radio urlate o dei social avvelenati.
È il tempo della resistenza romanista.
Bisogna stringere i denti e difendere tutto ciò che oggi rappresenta la Roma. Accantonare le chiacchiere da bar e isolare chi vive solo per alimentare il malcontento.
Quelli che aspettano una sconfitta per sentirsi profeti.
E soprattutto bisogna allontanare i piccoli uomini che pensano di poter spiegare a Gasperini cosa fare. Quelli che arrivano perfino a dire che sarebbe meglio uscire dalla Coppa.
Chi dice una cosa del genere dimostra una cosa sola:
non sa cosa rappresenti quella Coppa per un romanista.
La Roma non si arrende
La strada è ancora lunga.
Molto più lunga di quanto dicano classifiche momentanee o commenti a caldo.
E la passione romanista non conosce resa, non conosce cedimento.
Perché essere romanisti significa questo:
resistere quando il vento soffia contro.
Senza isterie.
Senza sfuriate.
Ma con la forza silenziosa di chi sa che la Roma non è solo una squadra.
È una storia.
È un popolo.
È una fede.
E proprio come in cucina, le ricette migliori non nascono quando tutto è facile.
Nascono quando bisogna stringere i denti, aggiustare il fuoco e continuare a mescolare.
Restiamo uniti.
A difesa della nostra Roma.
Forza Roma sempre e comunque 🧡 ❤️
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