300 volte Roma: l’orgoglio di quattro “senatori” contro il muro del dissenso social
Nelle ultime ore i canali ufficiali dell’AS Roma hanno celebrato un traguardo che non è soltanto statistica, ma storia vera: 300 presenze in maglia giallorossa per quattro colonne dello spogliatoio.
Lorenzo Pellegrini. Bryan Cristante. Gianluca Mancini. Stephan El Shaarawy.
Quattro uomini che, in un calcio sempre più veloce, liquido, mercenario, hanno scelto invece di restare.
Di resistere.
Di portare sulle spalle una maglia che pesa come un destino.
Nel video pubblicato dal club li vediamo emozionati, quasi increduli, mentre raccontano cosa significhi per loro indossare quei colori. Non è un semplice numero: è una vita fatta di battaglie, fischi, applausi, sacrifici. È la Roma.
Eppure, anche questa celebrazione è stata avvelenata.
La festa rovinata dal veleno
Sotto quel video, come spesso accade ormai, non c’è solo affetto.
C’è rabbia.
C’è livore.
C’è una contestazione che sembra cercare sempre un volto su cui scaricare tutto.
Per una parte della tifoseria, quei quattro sono diventati il simbolo di tutto ciò che non va.
Come se fossero loro il problema.
Come se la Roma fosse caduta per colpa di chi, invece, ci è rimasto dentro fino al collo.
E questo fa male.
Perché Roma può criticare, Roma deve pretendere.
Ma Roma non dovrebbe mai dimenticare chi ha dato sangue e anni per questa maglia.
I numeri non mentono (e i trofei nemmeno)
C’è una verità semplice, oggettiva, storica, che spesso viene cancellata dalla memoria corta dei social:
l’ultimo trofeo sollevato dalla Roma porta anche le loro impronte.
La notte di Tirana, la Conference League, non è stata una comparsa.
È stata una conquista.
Un pezzo di storia dopo un digiuno lungo più di dieci anni.
E in quella notte, Pellegrini, Cristante, Mancini ed El Shaarawy non erano spettatori.
Erano protagonisti.
Erano spina dorsale.
Attribuire a loro la colpa di ogni difficoltà recente non è solo ingeneroso:
è profondamente ingiusto.
Il DNA del tifo romanista
La cosa che colpisce di più, però, non è nemmeno la critica tecnica.
È l’allontanamento da quello che per decenni è stato il dogma romanista:
chi indossa la maglia si sostiene.
Nel bene e nel male.
Nella gloria e nella sofferenza.
Perché Roma non è una squadra da consumare: è un’appartenenza.
E vedere quattro giocatori arrivare a 300 presenze trattati come bersagli, più che come simboli, è un segnale amaro di quanto il rumore dei social stia cambiando anche il cuore del tifo.
300 presenze non sono un caso
Non ci arrivi per caso a questo traguardo.
Ci arrivi solo se resisti.
Se attraversi tempeste.
Se reggi la pressione.
Se accetti di essere amato e odiato nello stesso momento.
Trecento volte Roma significa dedizione.
Significa fedeltà.
Significa aver vissuto Roma, dentro Roma, per Roma.
E allora sì: al netto delle frustrazioni del momento, questi quattro “senatori” meritano rispetto.
Perché la storia della Roma lo impone.
Complimenti ai nostri quattro centenari.
Forza Roma, sempre e comunque 🧡 ❤️
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