Sono nato tra gli Incurabili
Storia del San Giacomo in Augusta e di una notte di febbraio che mi ha messo al mondo
Ci sono luoghi che non sono solo muri.
Sono respiri stratificati.
Sono passi che restano impressi nel pavimento.
Sono voci che non smettono di parlare, anche quando le finestre sono chiuse.
L’Ospedale di San Giacomo in Augusta era uno di questi.
Per 670 anni, nel cuore di Roma, tra via del Corso e via di Ripetta, accanto alla chiesa omonima e sotto lo sguardo antico del Mausoleo di Augusto, questo ospedale ha raccolto ciò che la città aveva di più fragile: i malati, i poveri, gli “incurabili”, quelli che non avevano più un posto, né un tempo, né una speranza.
Eppure proprio lì, tra gli Incurabili, sono nate speranze a migliaia.
E una, quella notte fredda del 19 febbraio 1961, ero io.
Un ospedale che nasce dalla misericordia
Il San Giacomo nasce nel Medioevo, ma viene rifondato nel Cinquecento come Arcispedale degli Incurabili.
È voluto dai papi, sostenuto dai nobili illuminati, abitato dai santi.
Qui San Camillo de Lellis fonda l’Ordine dei Ministri degli Infermi e inventa un modo nuovo di stare accanto al dolore: non come sopra, ma come accanto. Qui passano Filippo Neri, Gaetano Thiene, Felice da Cantalice. Qui la cura diventa atto d’amore.
E poi c’è Anton Maria Salviati, che nel 1593 riedifica l’ospedale e lo dona alla città con un vincolo sacro: questo luogo dovrà essere per sempre un ospedale.
Un vincolo che Roma ha provato a dimenticare, chiudendolo nel 2008 come fosse un edificio qualunque.
Ma i luoghi veri non si lasciano spegnere: e infatti la giustizia, nel 2021 e poi nel 2023, ha riconosciuto che quella chiusura era illegittima.
Il San Giacomo, anche chiuso, ha continuato a curare.
Ha curato la memoria.
Una Lambretta, una notte fredda e due carabinieri
Mio padre e mia madre abitavano a via Aqui, a San Giovanni.
Quando iniziano le doglie, mio padre fa la cosa più logica: prende la Lambretta e la porta all’ospedale San Giovanni.
Solo che mio padre aveva un carattere… diciamo non facilissimo.
Un diverbio con gli infermieri, di quelli che nascono per una parola di troppo, uno sguardo storto, una Roma che non è mai stata tenera nei momenti tesi e lui decide: no, andiamo via.
È sera, fa freddo, Roma è scura come solo Roma sa essere d’inverno.
E lui, con mia madre incinta dietro sulla Lambretta, attraversa mezza città per andare al San Giacomo.
Alla Bocca della Verità li fermano due carabinieri in motocicletta.
Vedono la pancia, vedono la faccia di mio padre, capiscono tutto senza bisogno di spiegazioni.
E li scortano.
Una scorta d’onore per un uomo che non era nessuno, per una donna che stava per diventare madre, per una vita che stava per arrivare.
E quella vita ero io.
Nascere dove si è imparato a curare
Sono nato in un ospedale che per secoli ha accolto chi non aveva più nulla.
Sono nato in un luogo costruito sulla misericordia, sulla cura, sull’idea che nessuno è mai davvero da buttare via.
Forse è per questo che ho sempre sentito che le storie degli altri mi riguardano.
Che la cucina non è solo cibo ma conforto.
Che raccontare Roma non è turismo ma restituzione.
Sono nato tra gli Incurabili, e ho passato la vita a cercare di raccontare ciò che è fragile, invisibile, dimenticato: una ricetta, una strada, una fontana, un padre, una madre, una città che cambia pelle ma non perde l’anima.
Il San Giacomo e me: la stessa ostinazione
Il San Giacomo è stato chiuso, ma non si è arreso.
Io sono nato in una notte difficile, ma non mi sono arreso.
Forse è per questo che mi sento così legato a quelle mura.
Perché entrambi sappiamo cosa vuol dire essere dati per finiti… e invece restare.
E allora sì: io sono nato lì.
Ma in fondo, un po’, continuo a nascere lì ogni volta che racconto Roma come la sento.
Con rispetto.
Con nostalgia.
Con amore.
Come si fa solo per le cose che ci hanno messo al mondo davvero.
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✍️Maurizio Brugiatelli
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