Mio padre, la Roma e l’amore per Roma
Ci sono amori che non si scelgono.
Ti arrivano addosso come un destino gentile.
E spesso hanno la voce di un padre.
Mio padre mi ha trasmesso un amore grande: la Roma.
Ma non solo la Roma squadra…
la Roma come appartenenza.
Come casa.
Come sangue.
La domenica, quando giocavamo in casa, era una festa vera.
Non una partita.
Un rito.
Ci si preparava dalla mattina presto.
La sciarpa.
La bandiera.
La maglietta giallorossa con lo stemma della Magica.
La trombetta con la bomboletta, che sembrava un’arma sacra, un richiamo di battaglia.
E mia madre… sempre lei, silenziosa regista dell’amore:
ci preparava i panini con la frittata, qualche frutto, come se dovessimo partire per un viaggio lunghissimo.
E in fondo lo era.
Partivamo verso le dieci del mattino.
Roma era diversa a quell’ora.
Aveva un’aria sospesa, come se anche lei sapesse che stava per succedere qualcosa.
I biglietti non si compravano online.
Non esisteva la comodità.
Esisteva l’attesa.
Le file al botteghino.
I bagarini fuori dallo stadio.
Le mani che stringevano quel pezzo di carta come fosse oro.
Mio padre era un grande tifoso.
Aveva giocato a calcio, era bravo davvero.
E allo stadio non guardava soltanto: insegnava.
Mi spiegava tutto.
Il fallo laterale.
Il calcio d’angolo.
Il fuorigioco.
Ma anche le cose più difficili, quelle che non capisci da bambino eppure ti restano dentro:
“Vedi, qui giocano a uomo… qui invece a zona…”
Io non imparavo solo il calcio.
Imparavo la vita.
Imparavo che dietro ogni gesto c’è un senso.
Che ogni movimento ha una storia.
E poi c’era Roma.
Perché mio padre, insieme all’amore per la Roma, mi trasmetteva l’amore per Roma.
Un giorno passammo davanti a quel palazzo grande, severo, imponente: il CONI, alla Farnesina.
E lui, come faceva sempre, iniziò a raccontare.
5 febbraio 1928: la prima pietra del Foro Italico
Roma, febbraio 1928.
Ai piedi di Monte Mario, dove allora c’erano ancora paludi e prati selvaggi, venne posta la prima pietra di un sogno enorme: l’Accademia Fascista di Educazione Fisica.
Era l’inizio di quello che sarebbe diventato il Foro Italico.
All’epoca lo chiamavano Foro Mussolini, perché la storia, a volte, si porta dietro anche ombre pesanti.
Ma l’architettura, la bellezza, la città… restano.
Il progetto fu affidato a Enrico Del Debbio, un architetto che seppe trasformare un’idea in marmo e rigore.
Un edificio che ancora oggi colpisce per la sua forza:
• quel rosso pompeiano che sembra sangue romano sulle pareti
• la simmetria severa
• l’ordine, la disciplina, la monumentalità
Nel 1932 venne inaugurato, insieme allo Stadio dei Marmi, alle statue colossali, all’obelisco che ancora oggi guarda Roma come un guardiano antico.
L’eredità oltre l’ideologia
Eppure, mio padre me lo diceva senza bisogno di spiegazioni politiche:
“Vedi, tutto passa… ma Roma resta.”
Quell’opera nata per propaganda è sopravvissuta al tempo perché Roma ha questo potere:
trasforma tutto in eternità.
Oggi il Foro Italico è uno dei luoghi sportivi più belli del mondo.
Un palcoscenico che continua a vivere, a ospitare eventi, a raccontare storie.
E ogni volta che ci passo, non vedo solo marmo e architettura.
Vedo mio padre.
Vedo quel bambino con la sciarpa al collo.
Sento l’odore dei panini con la frittata.
Sento la trombetta.
Sento l’Olimpico che ruggisce.
Perché certe domeniche non finiscono mai.
Restano lì.
Come un amore vero.
Come la Roma.
Forza Roma sempre e comunque 🧡 ❤️
𝑆𝑒 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑒 𝑠𝑡𝑜𝑟𝑖𝑒 𝑡𝑖 𝑒𝑚𝑜𝑧𝑖𝑜𝑛𝑎𝑛𝑜, 𝑙𝑒 𝑡𝑟𝑜𝑣𝑒𝑟𝑎𝑖, 𝑖𝑛𝑠𝑖𝑒𝑚𝑒 𝑎 𝑡𝑎𝑛𝑡𝑒 𝑎𝑙𝑡𝑟𝑒, 𝑛𝑒𝑖 𝑚𝑖𝑒𝑖 𝑙𝑖𝑏𝑟𝑖, 𝑑𝑜𝑣𝑒 𝑟𝑎𝑐𝑐𝑜𝑛𝑡𝑜 𝑅𝑜𝑚𝑎, 𝑖 𝑠𝑢𝑜𝑖 𝑠𝑎𝑝𝑜𝑟𝑖, 𝑙𝑒 𝑠𝑢𝑒 𝑠𝑡𝑟𝑎𝑑𝑒 𝑒 𝑙𝑎 𝑠𝑢𝑎 𝑎𝑛𝑖𝑚𝑎.
📚 𝑃𝑢𝑜𝑖 𝑡𝑟𝑜𝑣𝑎𝑟𝑙𝑖 𝑠𝑢 𝐴𝑚𝑎𝑧𝑜𝑛 𝑐𝑒𝑟𝑐𝑎𝑛𝑑𝑜 “𝑀𝑎𝑢𝑟𝑖𝑧𝑖𝑜 𝐵𝑟𝑢𝑔𝑖𝑎𝑡𝑒𝑙𝑙𝑖”.
𝑂𝑔𝑛𝑖 𝑙𝑖𝑏𝑟𝑜 𝑛𝑎𝑠𝑐𝑒 𝑑𝑎𝑙𝑙’𝑎𝑚𝑜𝑟𝑒 𝑝𝑒𝑟 𝑅𝑜𝑚𝑎 𝑒 𝑝𝑒𝑟 𝑙𝑎 𝑐𝑢𝑐𝑖𝑛𝑎, 𝑒 𝑡𝑢𝑡𝑡𝑒 𝑙𝑒 𝑟𝑜𝑦𝑎𝑙𝑡𝑦 𝑣𝑒𝑛𝑔𝑜𝑛𝑜 𝑑𝑒𝑣𝑜𝑙𝑢𝑡𝑒 𝑖𝑛 𝑏𝑒𝑛𝑒𝑓𝑖𝑐𝑒𝑛𝑧𝑎.
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