Giù le mani da Mancini!


Manuale del perfetto opinionista: come trasformare un leader in un caso clinico

C’è una linea sottile, quasi invisibile, che nel calcio italiano separa il gladiatore dal coatto.
Una linea che non passa né dal comportamento in campo né dal numero di falli commessi. Passa dal colore della maglia.

Se giochi al Nord e ringhi sull’uomo, sei “carismatico”, “leader”, “difensore vecchia scuola”. Uno che “mette paura agli avversari” e “trascina la squadra”.
Se ti chiami Gianluca Mancini e giochi all’ombra del Colosseo, improvvisamente diventi un problema di ordine pubblico. Uno da contenere, da studiare, quasi da segnalare.

È il solito copione, rodato e collaudato, che si riattiva puntuale alla vigilia dei big match.
Prima si costruisce il personaggio, poi si prepara il processo. Si semina l’idea che “quello è cattivo”, che “va tenuto d’occhio”, che “prima o poi la combina grossa”. E quando l’arbitro entra in campo, il lavoro psicologico è già stato fatto.

Non è analisi tecnica, è condizionamento preventivo.
Serve a depotenziare chi ha carattere, chi gioca sul filo dell’intensità, chi non chiede permesso per esistere. È una tattica vecchia come il pallone: marchiare uno, isolarlo, renderlo vulnerabile alla prima scivolata.

La cosa curiosa è che la lista dei graziati dalla critica è lunga e ben nutrita.
Gente che protesta, che simula, che entra duro, che alza la voce e i gomiti. Ma lì si parla di “temperamento”, di “furbizia”, di “mentalità vincente”.
Da Theo Hernandez a Lautaro, passando per chiunque indossi la maglia giusta nel posto giusto.

Per Mancini, invece, il trattamento è personalizzato.
Perché non è solo un difensore ruvido: è romanista, e pure dichiarato. E il Romanismo va bene finché resta folklore, battuta, bandiera sventolata a favore di telecamera.
Quando però smette di essere pittoresco e inizia a essere competitivo, allora diventa scomodo.

È come in cucina: lo stesso piatto, se lo mangi in un ristorante_toggle stellato è “rivisitazione audace”; se lo fai in una trattoria vera è “troppo pesante”.
Il problema non è l’ingrediente. È chi lo serve.

Mancini non è un santo e non vuole esserlo. È un difensore che gioca da difensore, con il corpo, con la testa e con il carattere.
E forse dà fastidio proprio per questo: perché non recita, non addolcisce, non si nasconde dietro il politicamente corretto del calcio moderno.

In un campionato che si riempie la bocca di personalità, ma poi punisce chi la mostra davvero, Mancini è diventato il bersaglio perfetto.
Non per quello che fa. Ma per quello che rappresenta.

E allora sì, il manuale del perfetto opinionista funziona sempre:
prendi un leader, cambiali la maglia… e trasformalo in un caso clinico.
Forza Roma sempre e comunque 🧡 ❤️ 
✍️Maurizio Brugiatelli 

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