ROMA FA MALE PERDERE COSÌ
Dal sogno di una notte europea all'incubo di otto minuti. Il Real Madrid passa 4-3 all'Olimpico, ma la Roma di Gasperini ha dimostrato che con le giganti d'Europa possiamo giocarcela a viso aperto.
di Maurizio Brugiatelli – Rugantino Racconta
Ci sono serate che il giorno dopo le hai già dimenticate. Altre che ti lasciano solo tanta rabbia in corpo. E poi ci sono quelle sconfitte che fanno un male cane, di quelli che senti sullo stomaco, perché per più di un’ora hai accarezzato qualcosa di immenso.
Roma-Real Madrid è stata esattamente questo.
Lo sapevamo tutti che sarebbe stata una montagna da scalare. Di fronte avevamo l'impero del Real Madrid: campioni da capogiro come Mbappé, Vinícius, Bellingham, Courtois... e in panchina una vecchia conoscenza che a Roma sappiamo bene cosa significa, José Mourinho.
Eppure, per oltre sessanta minuti, la Roma non si è limitata a tenere il campo. Lo ha letteralmente aggredito, mettendo i giganti alle corde. E parliamoci chiaro: quando leggi 3-1 sul tabellone dell'Olimpico contro il Real Madrid, dentro la pancia di ognuno di noi è scattato qualcosa. Abbiamo iniziato a sognare. Con gli occhi spalancati.
Una Roma senza paura
Ma sapete qual è la cosa che mi ha scaldato di più il cuore? Non è stata solo la bellezza di certe giocate, ma il piglio. L'atteggiamento.
Siamo scesi in campo senza complessi di inferiorità, senza quel timore reverenziale che troppe volte in passato ci ha fatto tremare le gambe di fronte ai colossi d'Europa. La squadra ha pressato alto, ha lottato su ogni pallone, ha creato palle gol a ripetizione, costringendo un mostro sacro come Courtois a fare i miracoli. Il segno che il lavoro di Gasperini non è teoria: è sostanza vera.
Il vantaggio di De Roon è stato la giusta ricompensa per un avvio arrembante. E quando Mbappé l'ha riaperta, non ci siamo abbattuti. Anzi. Nella ripresa siamo rientrati sul prato con la bava alla bocca, e la splendida doppietta di Malen ci ha spinto fino al 3-1. In quel momento ci credevamo tutti. Sembrava la notte perfetta, di quelle che ti ricordi per tutta la vita.
Poi, purtroppo, il calcio ti ricorda che non perdona niente.
Otto minuti di blackout
Qui dobbiamo essere onesti con noi stessi, senza indorare la pillola.
Se vuoi diventare grande davvero, non puoi scioglierti così. Passare dal 3-1 al 3-4 nel giro di otto minuti è una ferita aperta. I gol di Espí, Endrick e Rüdiger hanno ribaltato un destino che sembrava già scritto.
Certo, il Real ha una qualità immensa e una fame di rimonta che fa parte della sua storia. Ma sarebbe fin troppo facile, e forse un po' codardo, nascondersi dietro la grandezza dell'avversario. La verità è che abbiamo sbagliato. Abbiamo perso la testa per dieci minuti, abbiamo concesso metri preziosi e non abbiamo saputo soffrire insieme per congelare la partita.
È tutta qui la linea sottile che separa una bella squadra da una grande squadra: saper costruire un capolavoro è fondamentale, ma saperlo difendere con le unghie e con i denti lo è ancora di più. E figuriamoci se un maestro come Gasperini non sarà il primo a martellare su questo punto.
La sfortuna e la coperta corta
Va detto anche un altro fatto, a costo di sembrare di parte: questa Roma sta pagando un dazio pesantissimo alla sfortuna e agli infortuni.
Entrare in campo già senza due pilastri come Svilar e Cristante è dura per chiunque. Se poi durante la battaglia perdi anche Koné e Dybala... beh, allora le cose si complicano maledettamente. Koné è il polmone e il muscolo del centrocampo; Dybala è la luce, quello che ti inventa la giocata dal nulla quando la partita s'incastra.
Non voglio cercare scuse, sia chiaro. È solo un'analisi di realtà: perdere due punti di riferimento del genere a gara in corso spezza le gambe a chiunque. E il fatto che, prima delle loro uscite, fossimo avanti 3-1 contro i galacticos, dimostra di che pasta è fatta questa squadra.
Mourinho sorride, ma la strada di Gasp è quella giusta
Rivedere José Mourinho all'Olimpico ha fatto un certo effetto, inutile negarlo. Il Special One ha scritto un pezzo di storia della nostra Roma, regalandoci un trofeo europeo e un legame viscerale che resta scolpito nel tempo. L'accoglienza che gli ha riservato lo stadio è stata doverosa e meritatissima.
Poi però ha parlato il campo. E per un'ora abbondante, Gasperini gli ha impartito una lezione di gioco da applausi. Mourinho ha avuto il merito (e la panchina lunghissima) per pescare le risorse giuste e ribaltarla, ma quello che ha mostrato la Roma mi lascia addosso una certezza incrollabile: la rotta è quella giusta.
Questa squadra ha un’anima, ha coraggio, ha idee chiare. Deve impara a gestire i momenti di sofferenza, deve maturare in malizia internazionale, ma le fondamenta sono solide.
Cade l'imbattibilità, non il progetto
La sconfitta spezza una striscia di risultati utili consecutivi che durava da mesi. Fa male, certo. Perdere dopo essere stati sopra di due gol fa ancora più rabbia.
Ma sapete una cosa? Le vittorie morali non portano punti e non riempiono le bacheche, e io non sono tipo da accontentarmi. Però ci sono sconfitte che insegnano più di tante vittorie sporche. A volte un successo nasconde i difetti sotto il tappeto; una serata come questa li mette a nudo, crudi e spietati, dandoti la possibilità di correggerli.
Stasera c'è amaro in bocca, c'è la testa che ripensa a quegli otto minuti maledetti. Ma non c'è sconforto. Perché una cosa è emersa con una chiarezza disarmante:
LA ROMA È UNA REALTÀ. NON È PIÙ UN SOGNO A METÀ.
Se sapremo trasformare la rabbia di questa notte nel carburante per il futuro, allora anche questi otto minuti di incubo avranno avuto un senso nella nostra crescita.
A testa alta. Sempre.
Forza Roma sempre e comunque
© Maurizio Brugiatelli
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